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29.07.2022 – PROTEZIONE CIVILE

IL SISTEMA DI ALLERTA NAZIONALE – (Margherita Venturi) Sapere con anticipo quello che accadrà può salvare delle vite. Con questa consapevolezza nasce il sistema di allertamento nazionale all’interno del quale la protezione civile lavora a stretto contatto con chi elabora le previsioni, ovvero il Centro funzionale centrale e la rete di Centri funzionali regionali. Ma perché abbiamo bisogno di un sistema di allertamento nazionale? I rischi di protezione civile che hanno un impatto più significativo sia in termini di frequenza che di perdita di vite umane e di danni materiali sono terremoti, alluvioni e frane. Di questi, alluvioni e frane presentano dei segnali precursori che permettono di avvertire con anticipo gli enti che si occupano della gestione dell’emergenza. Nicola Berni della Regione Umbria ha introdotto così l’intervento su invito della prima sessione, dedicata a “Previsioni e sistemi di allerta per la gestione e la mitigazione del rischio”, della Seconda Conferenza nazionale sulle previsioni meteorologiche e climatiche (che si è svolta a Bologna, nella sede della Regione Emilia-Romagna, tra il 21 e il 22 giugno). Principali criticità del sistema di allertamento nazionale Attraverso un rapido excursus storico sul sistema di allertamento della protezione civile Berni è arrivato a mettere in luce gli obiettivi che si sono raggiunti negli ultimi anni e le macro criticità che rappresentano la direzione in cui operare al momento attuale. Berni ha cercato di porsi non solo dal punto di vista dell’operatore di protezione civile ma anche dell’autorità che deve prendere decisioni di pubblica sicurezza e soprattutto del cittadino che deve sapere quali comportamenti adottare in caso di emergenza. “Il sistema di allerta funziona se arriva al cittadino, nei primi anni si è lavorato nella costruzione a monte, fino ad arrivare al sindaco che ora ha gli strumenti per attivare il piano di protezione civile. Quello che ancora è da costruire è l’ultimo miglio, l’arrivo ai cittadini, ma siamo sulla strada giusta.” Infatti il sistema di allertamento nasce nel 1994, ma saranno gli eventi di Sarno e Soverato ad attivare dal punto di vista normativo il potenziamento delle reti di monitoraggio e la nascita della rete radar nazionale, per arrivare alla direttiva De Bernardinis del 2004 che ha finalmente dato una struttura vera e propria al sistema. L’esigenza di omogeneità e chiarezza per facilitare l’attivazione comunale dei piani di protezione civile è arrivata successivamente. Nel 2016 sono stati elaborati scenari di evento omogenei su tutto il territorio nazionale, introdotti i codici colore e definito un collegamento tra livello di allerta e fasi operative. Quello che manca ora è il raggiungimento del cittadino, il cosiddetto “ultimo miglio”, e si tratta della sfida da affrontare per un sistema di allertamento sempre più efficace. In questo il codice di protezione civile del 2018 ci viene in aiuto sancendo i diritti e doveri del cittadino a informarsi sulle corrette procedure di protezione civile. Dal codice di protezione civile arriva anche la seconda macro criticità identificata da Berni, ovvero la gestione dell’incertezza. Infatti nel testo del codice, in merito ai sistemi di allertamento si parla di preannuncio in “termini probabilistici” e questo rappresenta una sfida notevole in quanto ogni modello previsionale ha una sua fascia di incertezza che va valutata, studiata, proceduralizzata e comunicata. Inoltre, l’incertezza in fase previsionale si riflette anche nella valutazione in tempo reale dell’evoluzione degli scenari di rischio, per cui il presidio territoriale diventa una risorsa fondamentale. La sfida non è solo su un piano tecnico che comprende la previsione e il monitoraggio, ma anche sul piano comunicativo, come ha messo in luce Livio Stefanuto di Arpa FVG: “Stiamo provando a comunicare in termini probabilistici, ma a valle ci scontriamo con una richiesta di informazioni di tipo on/off, che cerchiamo di inserire nella catena probabilistica attraverso l’utilizzo di soglie, senza ottenere ancora un risultato del tutto soddisfacente”. “Dobbiamo capire come proceduralizzare l’incertezza” ha risposto Berni “Dobbiamo trovare un compromesso tra quello che è l’ottimo e l’utile, uno strumento per utilizzare l’informazione probabilistica come dato aggiuntivo di qualità. Non possiamo dire al sindaco “c’è il 40% delle probabilità di avere situazioni critiche sul territorio" ma dobbiamo fornire informazioni utili a prendere delle decisioni operative”. L’ultima criticità rilevata da Berni riguarda la previsione e la gestione del rischio temporali, per cui ha portato come caso studio l’evento del 23 agosto 2021 di Perugia. L’intervento si è concluso con alcuni spunti di riflessione, sia sulle più recenti conquiste culturali, come la multidisciplinarietà e l’approccio multirischio, che sui prossimi passi da compiere, rimarcando la necessità di raggiungere l’ultimo miglio e di fornire previsioni probabilistiche che possano essere utilizzate efficacemente da parte di decisori e cittadini. Dal sistema al cittadino Il dibattito che ha concluso la sessione sulle previsioni e i sistemi di allerta per la gestione e mitigazione del rischio ha ripreso alcuni degli aspetti emersi durante l’intervento di Berni, sfiorando anche i macro temi di comunicazione dell’incertezza e valore della previsione che hanno animato la giornata successiva. Raffaele Veneziani del Consorzio di bonifica di Piacenza, precedentemente sindaco per dieci anni, ha fatto riferimento allo scambio tra Berni e Stefanuto portando la propria esperienza sul campo da amministratore “E’ meglio un'informazione più grezza ma molto più immediata, ci sono momenti in cui non è possibile attendere l'informazione più precisa, in questi casi l’approccio probabilistico diventa determinante”. A questo si aggiunge poi un’altra tematica, quella del broadcasting e della continua esposizione dell’utente a informazioni che non ha gli strumenti per comprendere e che nell’ambito di protezione civile possono portare a situazioni critiche. Veneziani ha raccontato la propria esperienza da sindaco riportando che purtroppo c’è ancora un’ampia fetta di popolazione che non è consapevole dei rischi legati alla piena di un fiume, per esempio, e in caso di avviso invece che cercare un riparo sicuro si reca sul ponte a fare video e foto da postare online, mettendo a rischio la propria vita e quella dei soccorritori che si occupano di gestire l’emergenza. Questo a riprova del fatto che non sempre un’informazione corretta è anche un’informazione utile ai fini di protezione civile. Federico Grasso, giornalista e ingegnere di Arpa Liguria, ha portato l'attenzione su quella che è una criticità della funzione comunicativa del sistema di allertamento, rivolgendosi alla stampa affinché aiuti tematiche così attuali come quelle oggetto della conferenza a uscire dall’ambito specialistico e raggiungere il cittadino. “Se facciamo bene il nostro lavoro, anche in sinergia con i media, abbiamo una non-notizia, ma la migliore non-notizia che possiamo dare, ovvero l’assenza di vittime.” In secondo luogo Grasso ha sottolineato l’importanza della componente politica, che deve essere parte integrante del sistema di allerta, portando l’esempio positivo della Liguria in cui non solo sono state impiegate risorse per la stampa, ma l’assessore regionale segue in prima persona le situazioni di emergenza dalla sala operativa. L’esperienza ligure dimostra infatti la necessità e l’efficacia di un approccio multidisciplinare e multirischio: "I comunicatori devono stare al fianco dei previsori nella sala operativa per ridurre al minimo i tempi di avviso alla popolazione e facilitare la comunicazione.” Infine Grasso ha concluso il dibattito auspicando una condivisione delle attività svolte sul territorio che possono diventare buone pratiche da adottare su scala nazionale, presentando brevemente alcuni dei prodotti alla cui realizzazione ha contribuito Arpal.  

28.07.2022 – REPUBBLICA

POTERI ALLA PROTEZIONE CIVILE – (Agostino Miozzo) «Credo che ormai sia chiaro a tutti che stiamo andando incontro a situazioni estreme sempre più ricorrenti. Avremo bisogno di un sistema organico forte, nazionale, di Protezione civile». Il disastro della Marmolada aggiunge emergenza a emergenza. E, dopo 20 anni passati nella Protezione civile (ultimo incarico quello di coordinatore del Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid) Agostino Miozzo, dal suo osservatorio tecnico, intravede un rischio. Miozzo, la “nuova” Protezione civile, quella per intenderci con i poteri ridotti dalla riforma del 2018, è adeguata ad affrontare tutte queste emergenze? «Credo che la risposta sia sotto gli occhi di tutti. Siccità, incendi, eventi atmosferici violenti, dissesto idrogeologico: tutti fronti aperti e contemporaneamente. E persino con la dichiarazione di uno stato di emergenza la Protezione civile, così com’è, non riesce che a mettere pannicelli caldi: distribuzione di aiuti e risorse, tentativi di coordinamento, piccoli interventi, di certo nulla di strutturale. Attenzione, che non è di questo che c’è bisogno». Dunque, la riforma è stata un errore? Ricordiamo da dove è nata. Dai pieni poteri alla grande discrezionalità sui grandi eventi, qualche stortura di troppo c’è stata. O no? «A parte che forse si dovrebbe ricordare che tutte quelle inchieste sull’era Bertolaso non sono approdate a nulla, io oggi mi sento di dire al governo: rivediamo questa riforma, diamo al sistema nazionale di protezione civile e al suo capo poteri forti e altrettante responsabilità. Diversamente, anche per queste nuove emergenze, a cominciare dalla siccità, rischiamo di fare lo stesso percorso e gli stessi errori dell’emergenza Covid». Già, lei è stato coordinatore del Comitato tecnico scientifico per più di un anno, da febbraio 2020 a marzo 2021 quando decise di lasciare. Che cosa non è andato per il verso giusto? «Il Covid ha dimostrato come la Protezione civile sia stata sottomessa alle Regioni. Ricordate quante ordinanze locali, le più diverse, venivano emanate in quei mesi, con i governatori che ovviamente rispondevano a spinte locali e la Protezione civile che faceva una gran fatica a provare a dare un indirizzo comune. Oggi vedo che si sta ripercorrendo la stessa strada sull’acqua: ogni giorno leggo di ordinanze locali diverse e immagino che ci ritroveremo ancora una volta ad assistere al cinema delle autonomie locali quando invece si dovrebbe fare sistema». Questa dichiarazione di stato di emergenza non porterà di certo l’acqua nelle Regioni italiane. Per quello ci vorranno interventi strutturali che non potranno essere ovviamente a breve scadenza. «Purtroppo in Italia siamo molto lontani dal concetto di prevenzione. Anche perché, io posso dirlo liberamente, con la prevenzione non vinci le elezioni. Gli interventi veri, quelli che risolvono, li devi fare in tempi di pace. La prevenzione è cultura senza applausi per questo ha poco appeal. Anche perché è difficile avere applausi per aver evitato un danno che non avviene e dunque non è visibile e quindi non è raccontato». Cosa non si è fatto e si poteva fare? «Che non avesse nevicato e piovuto per tutto l’inverno, che la situazione dei laghi e dei fiumi fosse questa lo si sapeva da mesi. E oggi si fanno le ordinanze per vietare di riempire le piscine, di fare due shampoo, la doccia invece del bagno. Cose che i cittadini dovrebbero fare da sempre, educazione civica si chiama. Oggi tutto questo è solo surreale. Forse una Protezione civile con un ruolo forte e centralizzato, avrebbe potuto avviare interventi seri e di prevenzione a tempo debito».  

27.07.2022 – PROTEZIONE CIVILE

PROCIV – SARDEGNA (Patrizia Calzolari) Sarà attivo da fine giugno il Sistema informativo integrato della Protezione civile (SIPC) della Regione Sardegna, una piattaforma per lo scambio di dati e informazioni tra applicazioni e software, utilizzati dalle diverse componenti del sistema regionale. La sua messa in funzione è prevista per la fine di questo mese e da allora costituirà uno strumento fondamentale di attuazione del Piano regionale di protezione civile, dato che garantirà i flussi di comunicazione all'interno del sistema. Il progetto mira a incrementare efficienza ed efficacia delle attività a favore di tutto il territorio regionale, in stretta collaborazione con gli enti locali e con le organizzazioni di volontariato. L’attivazione è prevista in due fasi: ⇒ la prima consentirà di sostituire i due principali sistemi informativi attualmente in uso con un’unica piattaforma che possiede funzionalità di pianificazione e gestionali (per attrezzature, mezzi, eventi, volontariato, sistema telefonico, cartografia e modellistica antincendio), e che consente l’invio delle allerte e il rilevamento dati territoriali; ⇒ la seconda fase invece, renderà possibile l’inserimento di moduli per la gestione di procedimenti amministrativi (iscrizione al registro del volontariato, rimborsi e contributi al volontariato). Sono da poco iniziate le presentazioni della nuova piattaforma ai sindaci e ai tecnici dei Comuni, così come alle organizzazioni di volontariato e si continuerà attraverso incontri di informazione e formazione fino a raggiungere tutti i Comuni e le OdV della Sardegna. In seguito, verrà presentata anche agli enti e alle istituzioni del sistema di Protezione civile regionale. Il presidente della Regione Sardegna Christian Solinas ci spiega meglio di che si tratta: Presidente ci descrive in breve le funzionalità questa nuova piattaforma? «Poter disporre di una piattaforma unificata, che mette insieme le funzionalità dei precedenti sistemi in utilizzo alla Direzione generale, costituisce un punto di forza in relazione alla coerenza e alla gestione dei dati e dei flussi informativi. Grazie alla nuova interfaccia grafica e all'utilizzo delle più moderne tecnologie di sviluppo utilizzate, si è ottenuta una migliore usabilità che andrà a facilitare e snellire il lavoro della Sala Operativa e delle altre componenti e strutture operative della Protezione civile regionale. La piattaforma sarà un punto unico di accesso che consentirà il dialogo e lo scambio di informazioni tra le componenti di coordinamento della RAS e tutti gli attori del sistema di Protezione civile della Sardegna (Comuni, ODV, Prefetture ed altri Enti pubblici sia regionali che nazionali). Il tutto avverrà tramite canali sicuri, seguendo procedure informatizzate, configurabili per ottenere la massima velocità di comunicazione e la congruità dei dati scambiati. La gestione del personale, dei mezzi e delle attrezzature, così come quella degli eventi, insieme all'invio delle allerte, sono ottimizzati grazie alla re-ingegnerizzazione ed in molti casi allo sviluppo di nuove procedure informatiche. Tutti questi elementi contribuiranno a incrementare la capacità di gestione delle emergenze in virtù della semplicità d'uso, di una migliore sicurezza e stabilità del nuovo sistema, e dell'alta configurabilità che consentirà a tutta la struttura una maggior flessibilità e capacità di adattamento alle nuove esigenze» Cosa cambia nel concreto con questo sistema? A quali criticità o mancanze pregresse sopperisce? «Le novità sono legate soprattutto alle tecnologie utilizzate. Il sistema è dotato di un alto livello di configurabilità, oltre ad essere organizzato in moduli che dialogano tra loro. Questi possono essere aggiornati e ulteriormente modificati per rispondere in tempi brevi ai cambiamenti imposti dal repentino variare degli scenari a cui, chi opera nella Protezione Civile, è ben abituato. Ciò che prima era un ostacolo per una efficiente gestione delle informazioni, cioè il proliferare di tanti sistemi e basi di dati, a volte molto diversi tra loro, grazie al SIPC sarà superato tramite il principio dell’integrazione». In che modo costituisce uno strumento fondamentale di attuazione del Piano regionale di protezione civile? «Il Piano di Protezione Civile regionale è un documento di sintesi in cui sono raccolte un’ampia varietà di informazioni che discendono dall’esperienza maturata negli anni e da un approfondito studio delle dinamiche del territorio. È costituito da tanti elementi, tra cui vari allegati tecnici e schede operative, il suo principale scopo è quello di fornire gli strumenti per poter prevenire le criticità e, al verificarsi di eventi imprevedibili, con forte impatto sulla vita della comunità, di avere un quadro chiaro per la gestione delle emergenze. Poter disporre di un sistema informativo integrato, in cui tutti possono far confluire le proprie conoscenze, avere a disposizione strumenti comuni e condivisi per la gestione e la consultazione delle risorse, poter comunicare tramite flussi informativi organizzati e verificati, sono elementi cruciali per poter trasformare un freddo documento in uno strumento di successo utile a preservare il territorio e le vite umane». Questo inciderà in qualche modo anche sulla modalità e l’efficacia nella comunicazione con la popolazione? «Come già spiegato con il nuovo sistema si è proceduto a re-ingegnerizzare molte procedure informatiche, ma anche a svilupparne di nuove. Questa attività ha investito anche la sezione relativa alle comunicazioni. Uno dei maggiori punti di forza del SIPC è la sua modularità, con la possibilità per ciascuna sezione di poter essere interfacciata tramite i cosiddetti servizi di interoperabilità con sistemi esterni, dando quindi la possibilità di poter erogare funzionalità anche a terzi, ad esempio potrà essere possibile rendere disponibili ai comuni le funzionalità di invio allerte. Una grande novità sarà la versione della piattaforma fruibile anche per dispositivi mobili come smartphone e tablet». Come sarà organizzata la formazione? In che modo gli addetti ai lavori interagiranno con il nuovo software e con quali benefici? «Per tutte le componenti del sistema regionale è prevista una apposita formazione con modalità sia in presenza che da remoto. In una prima fase presenteremo il nuovo sistema dando una panoramica delle sue peculiarità e mostrando le funzionalità di base, questo per iniziare a prendere un po' di confidenza con il nuovo strumento. Siamo già partiti con i primi incontri rivolti sia ai Comuni che alle Organizzazioni di Volontariato. Successivamente all’avvio in produzione, organizzeremo altri incontri più specifici per entrare nel dettaglio in modo da rendere più efficace da parte di tutti l’utilizzo del sistema per ottimizzare il lavoro di tutto il sistema. Saranno distribuiti, inoltre, appositi manuali d’uso e saranno attivati i canali di assistenza sia e-mail che telefonica per supportare gli utilizzatori in caso di problemi con il sistema».  

26.06.2022 - (Redazione)

STUDIARE VENEZIA – (Giovanni Peparello) La sera del 12 novembre 2019 Venezia fu colpita da una mareggiata eccezionale, un’Acqua Granda talmente sproporzionata e imprevista da destare l’attenzione di un gruppo di ricercatori, che sono partiti dall’analisi di ciò che avvenne quel 12 novembre per compararlo con l’insieme eccezionale degli oltre centocinquant’anni di dati raccolti sulle mareggiate della città lagunare. E il loro studio, apparso su Scientific Reports, potrà essere utile per capire e affrontare l’allagamento costiero non solo a Venezia, ma in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato con Christian Ferrarin, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche, uno degli autori dello studio. L’evento del 12 novembre 2019 ha un po’ sorpreso tutti a Venezia perché non era stato previsto nemmeno dai modelli previsionali che analizzano il rischio di allagamento della città. Questo è dovuto al fatto che l’evento ha avuto delle caratteristiche peculiari. I ricercatori hanno iniziato ad analizzarne le caratteristiche immediatamente, utilizzando modelli che raccolgono tutti i dati disponibili sulla città. E in base alle nostre analisi avevamo evidenziato che questo evento, eccezionale rispetto ad altri che sono avvenuti in passato, soprattutto per quanto riguarda il livello del mare raggiunto, aveva avuto una combinazione di fenomeni diversi, di per sé non eccezionali, la cui somma però aveva portato all’allagamento eccezionale. C’era stata un po’ di mareggiata nell’Adriatico e in Centro Adriatico c’era anche un fenomeno di scirocco che solitamente porta a valori di livello del mare alti in Nord Adriatico. C’è stato inoltre un livello del mare medio più alto per tutto il mese di novembre, in modo anomalo. Poi c’è stato un fenomeno locale molto intenso e particolare, un ciclone che si è mosso in piccola scala e che ha coinvolto una parte della costa del Nord Adriatico, propagandosi verso la laguna di Venezia. Questo ha portato anche ad avere ciò che viene chiamato meteotsunami, un’onda anomala generata da una perturbazione di vento. E questo ha portato anche ad avere un vento forte nella laguna, che ha creato danni alle infrastrutture e un’onda di marea. L’insieme di questi fenomeni insomma ci ha sorpreso, ma ha anche stimolato l’analisi. E ci ha portato ad analizzare la serie storica di dati di Venezia, che è una delle serie più lunghe del Mediterraneo, dato che sono più di 150 anni di dati sul livello del mare, per andare a capire la frequenza di eventi analoghi. Perché, andando avanti con l’innalzamento del livello del mare, può essere che anche eventi non eccezionali di mareggiata portino all’allagamento della città. E questo è stato il punto di partenza di questa analisi. L’evoluzione di frequenza e intensità degli allagamenti di Venezia è dovuta principalmente a due cause, che hanno portato alla variazione del livello del mare relativo della città. La prima causa è principalmente l’aumento del livello del mare stesso. Ma questo aumento di intensità e frequenza è dovuto anche alla subsidenza - cioè la diminuzione della quota della città rispetto al livello del mare. Spieghiamoci meglio: Venezia come altre zone costiere ha un substrato alluvionale che nel tempo si compatta e abbassa il livello della città. E a Venezia questo processo è dovuto in parte anche all’azione dell’uomo, con l’estrazione di gas e di acqua potabile che ha fatto sì che ci fosse un’ulteriore diminuzione della quota della città. Tornando all’aumento della frequenza e dell’intensità degli allagamenti della città, abbiamo quindi: da una parte il mare che sale, dall’altra la quota della città che scende: e questo comporta dunque un sempre maggiore rischio di allagamento della città. Questo è stato riportato da molti studi, perché avendo a disposizione una lunga serie temporale ha permesso di capire l’evoluzione del fenomeno. A parte questo c’è stato poi un aumento dei livelli estremi del mare dovuti non alla marea ma a tutto quello che è residuo, quindi a quei fenomeni di mareggiata che portano a un innalzamento locale del livello del mare. E questo innalzamento è stato evidenziato negli ultimi trent’anni. Le cause per cui tutto ciò sta avvenendo non sono ben chiare, Ma dai dati abbiamo evidenziato che negli ultimi trent’anni c’è stato un aumento progressivo dell’intensità e/o della frequenza degli eventi estremi, data non solo dall’innalzamento del livello del mare. Le cause possono essere dovute a fenomeni atmosferici su una scala temporale e spaziale diversa. Ci possono essere fenomeni di mareggiata che hanno una scala temporale in un intorno di qualche giorno, ma ci possono essere anche fenomeni che portano a un aumento del livello medio su una scala che può essere mensile, fino a una variabilità annuale o stagionale. Quindi sono fenomeni diversi, ma non è chiaro qual è il quello che ha portato esattamente a questo aumento, anche se probabilmente è una combinazione di fenomeni atmosferici che ha portato a questa dinamica. Tornando all’Acqua Granda del 12 novembre 2019, un evento del genere è difficilmente prevedibile, almeno per la componente più intensa del fenomeno, cioè nella fattispecie questo ciclone che ha interessato la costa del Nord Adriatico e la laguna di Venezia. Le altre componenti, legate a scale temporali spaziali un po’ più grandi di solito sono prevedibili. La cosa da fare, che potrebbe essere un ulteriore sviluppo di questo studio, sarà capire, in una prospettiva di cambiamento climatico, come le diverse componenti dei fenomeni atmosferici evolveranno nel prossimo futuro. Sarà difficile, perché i modelli climatici difficilmente riescono a prevedere bene i fenomeni molto intensi. Però c’è del lavoro scientifico in corso per andare a cercare di capire come poi evolveranno in futuro. Il problema è che andando avanti nel tempo con l’innalzamento del livello medio del mare, fenomeni anche non intensi portano a un allagamento della zona costiera che è stato riscontrato non solo a Venezia ma in tantissime località costiere del mondo. Per questo motivo è importante fare attenzione anche a fenomeni non così intensi, perché avranno comunque un impatto lungo le coste. Il nostro studio evidenzia quanto la combinazione di diversi fenomeni portino a un rischio di allagamento costiero. E finora non era stato ben compreso quale fosse l’effetto combinato di più fenomeni, perché solitamente quando si parla di allagamento costiero viene identificata la mareggiata con significato generico, senza discernere quali possono i fenomeni atmosferici che avranno un impatto lungo la costa. Per questo motivo, anche se hanno un’evoluzione diversa, è importante capire come sono connessi questi i diversi fenomeni in un’ottica di cambiamento climatico. E Venezia si presta bene perché ha molti dati e una lunga serie temporale, che ci permette di calcolare fenomeni diversi. Ma la situazione è simile in moltissime altre località costiere, non solo in Mediterraneo. Immaginando che anche questi fenomeni intensi possa venire previsti, cosa si potrà fare per prevenzione e gestione del rischio? Mi occupo anche di sistemi e a Venezia il nostro istituto lavora anche con gli enti locali per migliorare la previsione dei fenomeni di allagamento tramite modelli numerici. E sicuramente riuscire a migliorare quei sistemi di previsione per i fenomeni consente di ridurre l’impatto. Rimane difficile capire come difendere la costa. Sono coinvolto in alcuni progetti che riguardano il rischio costiero e l’evoluzione del rischio costiero nell’ambito del cambiamento climatico, e posso dire che le difficoltà sono diverse a seconda della zona. Perché la pericolosità di può essere simile in diverse località, ma la vulnerabilità del territorio stesso cambia a seconda delle caratteristiche locali. L’esperienza della nostra costa ci pone già adesso questioni su come dobbiamo affrontare fenomeni di allagamento costiero. Probabilmente, nella mia opinione, una se non l’unica possibilità che avremo sarà rilocare alcune infrastrutture che abbiamo sulla costa, perché nei prossimi anni sarà difficile gestire eventi ricorrenti di allagamento. Venezia ha adottato un sistema di difesa, le barriere mobili di bocche di porto che permette di proteggere la laguna in caso di eventi estremi, il Mose, ma questa metodologia non può essere applicata in tutte le coste del Mediterraneo, che è molto antropizzata ovunque. Ci sono altri sistemi di difesa, anche più naturali, come la costruzione di dune, dove è possibile, per cercare di limitare l’impatto, ma verosimilmente l’unica cosa che dovremo fare sarà rilocare le infrastrutture.  

25.07.2022 – (Fonte INGV)

ETNA E I MACCANISMI DI RISALITA DEL MAGMA - (Redazione) Studiare la sismicità etnea per capire come funziona la struttura della crosta terrestre attraverso la quale il magma si muove dalle profondità della sorgente magmatica fino alla superficie. È questo l'obiettivo dello studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). La ricerca Per farlo gli studiosi hanno analizzato circa 13.700 terremoti avvenuti tra il 2005 e il 2019 registrati dalle stazioni sismiche (30 in tutto) della rete di monitoraggio dell’Osservatorio Etneo dell’INGV. In questo modo i ricercatori hanno dimostrato che l'analisi dei sismi permette di indagare sia il meccanismo di risalita del magma, sia la struttura della crosta terrestre al di sotto dell'Etna. “Il settore crostale che ospita l’Etna è caratterizzato da un’elevata sismicità, con numerosi terremoti legati a processi di fratturazione e a movimenti lungo piani di faglia pre-esistenti. Tali eventi sismici possono essere innescati sia dalla spinta del magma in risalita, sia dai processi tettonici di deformazione della crosta terrestre”, spiega Marco Firetto Carlino, ricercatore dell’Ingv e autore dello studio. “Tuttavia, le locali condizioni di stress (come, ad esempio, la pressione esercitata dal magma), l’azione dei gas magmatici presenti nel sottosuolo, i gradienti termici e le proprietà meccaniche dei diversi volumi crostali in grado di generare terremoti condizionano le modalità con cui l’energia sismica viene rilasciata. In particolare, studiando il rapporto tra il numero di terremoti che avvengono in una determinata regione e la relativa magnitudo, attraverso un parametro noto come ‘b-value’, è possibile definire se tale regione tende a rilasciare energia sismica preferenzialmente attraverso numerosi terremoti di relativa bassa magnitudo, oppure attraverso meno frequenti eventi di maggiore energia”. I risultati Questo studio ha permesso ai ricercatori di individuare una zona asismica che si estende da una profondità di oltre 30 km fino a circa 10 km al di sotto dell’intera regione etnea, che corrisponde alla parte più profonda del “plumbing system”. Più in superficie è stato invece identificato un serbatoio magmatico intermedio, localizzato tra 1 e 6 km al di sotto del livello del mare, intorno al quale avvengono numerosi terremoti di bassa magnitudo favoriti dall’elevata pressione dei fluidi magmatici e dalle condizioni di diffusa fratturazione della crosta. “L’analisi delle variazioni temporali del b-value lungo il ‘plumbing system’ etneo ha permesso di indagare il movimento del magma in profondità”, prosegue Firetto Carlino. “In particolare, il 24 dicembre 2018 l’attività etnea è stata caratterizzata da uno dei maggiori eventi intrusivi mai registrati, ovvero legato alla risalita di circa 30 milioni di metri cubi di magma che hanno arrestato la loro ascesa al di sotto del vulcano, all’incirca al livello del mare, innescando una modesta eruzione durata solo 4 giorni. Le serie temporali mostrano una pressurizzazione nell’intorno del serbatoio intermedio ad opera dei gas magmatici, tracciata da un marcato aumento del b-value, avvenuta circa 19 giorni in anticipo rispetto all’eruzione. Quest’ultima è stata poi anticipata da un crollo del b-value 2 giorni prima dell’evento”. “L’analisi di questo parametro sismologico ha permesso di ipotizzare che l’anomalo accumulo di magma all’interno del vulcano possa essere stato causato da un aumentato stress lungo il ‘plumbing system’, che può essere ricondotto o a dinamiche intrinseche legate al trasferimento del magma stesso, oppure a deformazioni crostali di origine tettonica. In quest’ultima ipotesi, i processi tettonici sarebbero in grado di produrre localmente deformazioni talmente rapide e intense da inibire temporaneamente il trasferimento di magma fino in superficie”, conclude il ricercatore.