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24 FEBBRAIO

- D.P.C. - IN ARRIVO VENTI FORTI AL CENTRO-NORD - Il passaggio di una breve perturbazione accompagnata da precipitazioni sparse, anche a carattere temporalesco, determinerà da domani forti venti sulle regioni del centro-nord. Sulla base delle previsioni disponibili, il Dipartimento della Protezione Civile d’intesa con le Regioni coinvolte, alle quali spetta l’attivazione dei sistemi di protezione civile nei territori interessati, ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse. I fenomeni meteo, impattando sulle diverse aree del Paese, potrebbero determinare delle criticità idrogeologiche e idrauliche che sono riportate, in una sintesi nazionale, nel bollettino di criticità consultabile sul sito del Dipartimento (www.protezionecivile.gov.it). L’avviso prevede, dalle prime ore di domani, venerdì 24 febbraio, venti forti dai quadranti meridionali, con rinforzi fino a burrasca, su Piemonte e Marche, in successiva rotazione dai quadranti settentrionali ed estensione a Sardegna e a Emilia Romagna, con possibili mareggiate lungo le coste esposte. Sulla base dei fenomeni previsti è stata valutata per oggi, venerdì 24 febbraio, allerta gialla sul settore meridionale dell’Emilia Romagna, sulla Toscana, sull’area settentrionale delle Marche, su parte dell’Abruzzo, su gran parte dell’Umbria e su gran parte del Molise. Il quadro meteorologico e delle criticità previste sull’Italia è aggiornato quotidianamente in base alle nuove previsioni e all’evolversi dei fenomeni, ed è disponibile sul sito del Dipartimento della Protezione Civile, insieme alle norme generali di comportamento da tenere in caso di maltempo. Le informazioni sui livelli di allerta regionali, sulle criticità specifiche che potrebbero riguardare i singoli territori e sulle azioni di prevenzione adottate sono gestite dalle strutture territoriali di protezione civile, in contatto con le quali il Dipartimento seguirà l’evolversi della situazione  

22 FEBBRAIO

- IL SECOLO XIX – STORIE DALL’ALTRA PARTE DEL MARE - [Silvia Pedemonte] Il medico di Lampedusa a Santa Margherita La verità dietro quelle storie dall'altra parte del mare Questo è un genocidio, tutti dobbiamo fare qualcosa. Persone, non numeri. Vite, vere. Come quella di Jasmine, che ha attraversato il mare su un barcone con altre 800 persone ammassate una sull'altra. Jasmine ha già rotto le acque, quando mette i suoi piedi sulla terraferma. Con un'episiotomia, il dottor Pietro Bartolo l'aiuta a far nascere la sua prima bimba. Il nome? Gift. Dono. Come quella del piccolo Anuar, sbarcato solo. Senza il suo papa, assassinato dagli uomini di Boko Haram. Senza la sua mamma che ha dato quei pochi soldi che aveva per imbarcarlo verso un futuro diverso. Anuar, al dottor Bartolo, confida: Io devo salvarmi, devo lavorare per tornare poi da lei e dalle mie sorelle. Vite come quelle di Faduma, di Ornar e mille altri ancora. Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell'isola, primo punto di soccorso per i migranti, racconta che la sfida della diffidenza, dei muri, della paura deve partire da qui. Dalle storie di vita di ciascuno. È quello che ho fatto nel mio libro "Lacrime di sale". Parlo di persone che hanno la loro storia, la loro dignità. Voglio far capire, soprattutto ai più giovani, che quando ascoltano qualcuno dire "I migranti sono persone cattive ! Sono terroristi !", quel qualcuno sbaglia. Quelli che arrivano sono come noi, solo che hanno avuto la sfortuna di nascere dall'altra parte del mare. Non vengono qui per diventare miliardari, solo per cercare un po' di serenità e avere un'esistenza dignitosa. Delle storie di quelle vite, della sua esperienza Bartolo parlerà lunedì sera, alle 20.45, all'Auditorium Santa Margherita Ligure, nell'incontro inserito all'interno del progetto "Cura DiMagrante" delle parrocchie cittadine e del Comprensivo di Santa Margherita. Incontri, visioni di film e fiction (come "Lampedusa"), testimonianze per rendere più sottile il muro che separa dagli altri. Da quei migranti che, nel Tigullio Occidentale, a oggi sono ospitati solo a Rapallo ma che ben presto arriveranno in tutti i Comuni. A Santa Margherita Ligure, come in tutte le altre città dove porto la mia testimonianza, cerco di far capire che dobbiamo agire assieme. E se anche riesco a convincere una sola persona, in sala, che era diffidente, con pregiudizi... torno a Lampedusa contento. Per i migranti che sbarcano tutti parlano di emergenza, ma ormai è una routine. È un genocidio, una vergogna, una cosa disumana. Nel mare quanti hanno perso la loro vita. E quanti ancora, che nemmeno lo sappiamo, perché il loro corpo è rimasto in mare. Bartolo è fra i protagonisti di "Fuocoammare", il film di Gianfranco Rosi, Orso d'Oro 2016, candidato al premio Oscar. Sono appena stato a New York, dove non c'è un americano. Sono tutti gialli, blu, di ogni provenienza immaginabile. L'America è la realtà più multietnica del mondo ed è stata resa grande da tutti coloro che qui sono arrivati. Sentire Trump parlare di muri o di rimpatri di persone che sono, di fatto, cittadini americani è vergognoso. La candidatura agli Oscar è importante anche per riuscire a portare al di là dell'Atlantico un messaggio che è l'esatto opposto, di muri e barriere. Nel libro, Bartolo racconta la richiesta di aiuto a Papa Francesco (Santo Padre, aiutaci. Non consentiamo più che tutto questo accada ), l'emozione per "Fuocammare", la quotidianità nell'emergenza. Fra vite salvate e morti a cui dare un'identità. Non ci si abitua mai ai bambini morti, alle donne decedute dopo aver partorito durante il naufragio, con i loro piccoli ancora attaccati al cordone ombelicale. Non ci si abitua all'oltraggio di tagliare un dito o un orecchio per poter estrarre il Dna e dare un nome, una identità a un corpo esanime e non permettere che rimanga un numero testimonia, nel libro (edito da Mondadori, scritto con la giornalista Lidia Tilotta). Il dottor Bartolo, riflette: Cosa mi da la forza ? Le cose belle. E poi, comunque sia: io non faccio nulla di particolare, niente di eroico. Noi che siamo nella parte del mare che sta bene, che ci lamentiamo spesso senza un motivo, abbiamo il dovere e la responsabilità di accoglierli.  

20 FEBBRAIO

- Il Giornale P. C. - CNSAS : CORSO VALANGHE - [Redazione] - Al corso hanno partecipato medici e infermieri da tutta Italia. Per tre giorni a Fonte Cerreto, gli iscritti hanno acquisito le nozioni necessarie non soltanto alla gestione sanitaria dell'incidente in valanga, ma anche agli aspetti organizzativi dello stesso. Si è conclusa domenica scorsa la settima edizione del corso di Ricerca e Stabilizzazione del Travolto da Valanga, l'evento formativo organizzato dal Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzese, dalla Scuola Nazionale Medici del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, dal118 Abruzzo Soccorso e dalla Scuola di Specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell'Università di L'Aquila e Chieti. Al corso hanno partecipato medici e infermieri che da tutta Italia, per tre giorni a Fonte Cerreto, hanno acquisito le nozioni necessarie non soltanto alla gestione sanitaria dell'incidente in valanga, ma anche agli aspetti organizzativi dello stesso."Non a caso il nome del corso, spiega Gianluca Facchetti, medico anestesista e rianimatore del Cnsas e direttore scientifico del corso – chiarisce immediatamente due aspetti fondamentali per chi intende operare in un contesto come è quello della valanga. Innanzitutto un'attenzione particolare va alla "ricerca" della persona da soccorrere, questo perché in valanga, a differenza di quanto normalmente si fa in un'emergenza sanitaria, bisogna che il paziente venga prima cercato, quindi sondato e scavato, e infine stabilizzato, ovvero gestito da un punto di vista sanitario". In una tale lotta contro il tempo,diventano dunque fondamentali l'acquisizione di conoscenze tecniche specifiche e la loro applicazione nelle fasi esercitative. È per questo che il corso, da sempre pensato e realizzato attraverso tre passaggi formativi, anche quest'anno ha previsto le lezioni frontali, poche ma puntuali, per rispondere adeguatamente alle esigenze del sanitario che si approccia a un contesto impervio come quello valanghivo; "quindi una serie di workshop mirati, spiega Facchetti, in cui i partecipanti hanno la possibilità di provare praticamente, di operare sui passaggi tecnici, strizzando sempre l'occhio a quelle che sono le novità strumentali"; e ha previsto infine una parte esperienziale ed esercitativa, dunque con scenari montani che, realizzati anche quest'anno a Campo Imperatore, simulano il tragico evento in sé, ma anche il carico emotivo a cui nella realtà si è sottoposti. E poi quest'anno, dei 21 istruttori nazionali della Snamed, la scuola nazionale medici del Cnsas, c'erano davvero tutti, "certamente, continua Facchetti, a voler testimoniare la loro quota parte nell'ambito di "famiglia nella scuola", soprattutto nei confronti di Valter". L'evento formativo di quest'anno è stato infatti dedicato ai tecnici del Cnsas che lo scorso 24 gennaio sono stati tragicamente vittime dell'incidente a Campo felice, e in questa occasione un pensiero di riguardo va certo al dott. Valter Bucci, medico anestesista e rianimatore del 118, ma anche istruttore nazionale della Snamed, che per anni, insieme al dott. Facchetti, ha impiegato tante delle sue energie nell'organizzazione e nella riuscita del corso.  

17 FEBBRAIO

- AGI.it - ORDINANZA MALTEMPO IN ABRUZZO - [Redazione] - (Il presidente della Giunta regionale Luciano D'Alfonso ha ricevuto dal capo del Dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio la proposta di intesa su un'ordinanza che disciplina le procedure per il risarcimento dei danni diretti causati dal maltempo del gennaio scorso. Nel provvedimento, confezionato ad hoc per l'Abruzzo, e'previsto che il presidente della Regione assuma la qualifica di Commissario delegato a tutte le operazioni di accertamento e risarcimento dei danni diretti da quantificare nelle aree fuori cratere. L'art. 4 prevede che il Commissario effettui la ricognizione dei danni riportati dal patrimonio pubblico, privato e dalle attivita' economiche e produttive. L'art. 5 enuncia le modalita' di ricognizione e la scala di priorita' degli interventi per quel che concerne il patrimonio pubblico. Gli articoli 6 e 7 disciplinano le modalita' di ricognizione degli interventi sul patrimonio privato e sulle attivita' economiche e produttive. All'art. 8 sono elencate le procedure per la ricognizione del fabbisogno e nell'art. 9 vengono precisate le isposizioni finanziarie. "E' la prima volta che un'ordinanza di interesse nazionale viene concepita appositamente per l'Abruzzo, ha commentato D'Alfonso, ed e' la prima volta che un presidente di Regione viene incaricato di quantificare i danni diretti al patrimonio privato, ovviamente seguendo procedure ben specificate. Per quanto riguarda i danni indiretti, stiamo lottando per farli inserire nelle procedure di ricognizione".  

16 FEBBRAIO

- IL FOGLIO - IL DITO NELLA DIGA - [Maurizio Cippaldi] - Quell’immenso muro protettivo è diventato la metafora perfetta delle nostre paure. Fare diga si può? Di statue del bambino che tiene infilato il dito tutta la notte nel buco che si è fatto strada nella diga, affinché il terrapieno non esploda da questa parte, portandosi dietro tutto il mare e il fango del mondo sopra le case del villaggio, è piena Olanda. Ogni volta che ci si avvicina al limitare di un polder, il limite della vita. Il nome del bambino leggendario varia un pò nelle grafie e per toponomastica, di solito è Hans di Haarlem, a volte è Hansje, più raro, forse un cattivo traduttore, Hendrick. Le statue sono quasi sempre di bronzo o pietra grigia, la sabbia si sfarinerebbe a contatto con l’acqua, ma a Madurodam cè una cattelanesca e postmoderna, a dimensione naturale, arrampicata sulla scarpata erbosa per tappare acqua che zampilla. L’invenzione Dell’eroe Olanda è leggendaria, ma invenzione del suo dito idraulico e ingegneristico è un immagine dell’etica e della filosofia. Volendo,dell’etica protestante le prime leggende affondano all’epoca delle grandi guerre europee e dell’eroismo civile, più tardi etica weberiana del lavoro. Volendo, è un pò il contrario riformato della leggenda del bambino di sant’Agostino, che voleva svuotare il mare con il secchiello. Questa era impossibilità logica e teologica, fatalismo naturale. Un dito che toppa la falla della diga è invece possibilità della buona volontà e dell’impegno morale, scommessa sull’ottimismo del fare, del resistere, del mondo da cambiare. Da un pò di tempo o da molto tempo, nel paese del Vajont la diga è diventata la figura consueta del nostro spavento. immagine metaforica dei nostri peggiori incubi. Ieri gli ingegneri statunitensi che collaborano alla manutenzione della diga di Mosul sono stati richiamati in patria dall’Iraq percorrere in California, al capezzale della diga di Oroville, ai piedi della Sierra Nevada, dove le piogge gonfie di stagione e i danni a un canale discarico (il buco nella diga) minacciano di causare un inondazione biblica e duecentomila persone sono state già evacuate. Le immagini spettacolari prese dall’alto e gli appelli del Servizio meteorologico nazionale, non è un esercitazione. Ripetiamo: non è un esercitazione, come nei disaster film, stanno appagando la fame di spavento mediatico del mondo. Chissà che ne sarà nel frattempo delle paure degli abitanti della valle di Ninive, se mai il cedimento dell’immensa diga sul Tigridovesse annunciarsi, e spazzare via con sé un intero disastro umano, storico e antropologico, persino geopolitico. Il lago di Campotosto in Abruzzo non tracimerà, non ci sarà, così pare, effetto Vajont predetto con spavento persino dai tecnici della Protezione civile. Ma immagine è quella, e non è chi salga su verso Cortina che non alzi lo sguardo in alto a destra, nella maledetta valle stretta. La diga non è più sempre progresso, è anche colpa.di Obama ha commemorato le dighe che avevano tracimato a New Orleans. Quello che era cominciato come un disastro naturale si è trasformato in un disastro provocato dall’uomo. Forse qualcuno si ricorda che la parola tracimazione ( superamento della cresta di un argine o di una diga da parte dell’acqua che ne è contenuta ) entrò nel lessico comune degli italiani nel 1987, quando una gigantesca frana formò una diga naturale in cima alla Valtellina, e Adda divenne un lago scuro, che minacciava, appunto, di tracimare giù, su uomini e case, eco del Vajont, per noi italiani. E’ l’immagine della diga come minaccia o come salvezza. Oggi la parola diga è la metafora inconscia, perciò perfetta, dei nostri terrori rispetto a ciò che di sconosciuto ci può piombare addosso, travolgerci. Tracimare è ormai un termine tecnico, da inviati di sventura del telegiornale, o diluito nell’uso quotidiano quando una schiuma di birra si sversa dal bicchiere. Invece fare diga, costruire dighe, è diventata moneta del linguaggio comune, anche politico. Bisogna far diga contro il populismo, serve una diga controimmigrazione, servirebbe un diga al linguaggio violento che rotola sempre più in basso. L’euro sarà una diga contro la disoccupazione? E quando non ci sarà più la diga monetaria di Draghi? Persino nel calcio non si gioca più in difesa, ci sono giocatori incaricati di fare diga a centrocampo, di fermare gli avversari come fossero i barbari. Ma forse nel calcio ci credono ancora, noi forse un pò meno,