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13.10.2022 - (fonte NASA)

Missione DART - (Redazione) Un passaggio epocale quello segnato dal cambio di traiettoria dell'orbita dell'asteroide Dimorphos festeggiato dalla Nasa che annuncia che gli studi a seguito dell'esperimento continueranno. Le analisi dei dati ottenuti nelle scorse due settimane dal team della missione della Nasa Dart (Double Asteroid Redirection Test) mostrano che l'impatto della sonda con il suo obiettivo, l'asteroide Dimorphos, ha alterato con successo l'orbita dell'asteroide. Questo segna la prima volta che l'uomo ha cambiato volutamente il moto di un oggetto celeste e la prima dimostrazione a grandezza naturale della tecnologia di deviazioni di un asteroide. “Tutti noi abbiamo la responsabilità di proteggere il nostro pianeta. Dopo tutto è l'unico che abbiamo” ha detto l'amministratore della Nasa Bill Nelson. “Questa missione mostra che la Nasa sta provando ad essere pronta per qualsiasi cosa l'universo ci butti addosso. La Nasa ha provato di essere un serio difensore del pianeta. Questo è un momento spartiacque per la difesa planetaria e di tutta l'umanità, che dimostra l'impegno dell'eccezionale team della Nasa e dei partner di tutto il mondo”. Modifiche post-impatto - Prima dell'impatto di Dart, Dimorphos ci metteva 11 ore e 55 minuti per orbitare attorno al suo più grande asteroide Didymos. Da quanto c'è stata la collisione intenzionale di Dart con Dimorphos, il 26 settembre scorso, gli astronomi hanno misurato coi telescopi dalla Terra quanto tempo fosse cambiato il tempo di orbitaggio. Ora, il team di studiosi ha confermato che l'impatto della sonda ha alterato l'orbita di Dimorphos attorno a Didymos di 32 minuti, accorciando il tempo dell'orbita da 11 ore e 55 minuti a 11 ore e 23 minuti. Queste misurazioni hanno un margine di incertezza di più o meno 2 minuti circa. Prima del suo scontro, la Nasa aveva definito come minimo successo il cambiamento del periodo di orbita di Dimorphos di 73 secondi o più. I primi dati raccolti dimostrano come Dart abbia sorpassato questo standard di riferimento più di 25 volte. Lo studio dei dati continua - Questo risultato è uno dei passi importanti verso la comprensione totale dell'effetto che l'impatto di Dart ha avuto sul suo obiettivo, l'asteroide” ha detto Lori Glaze, direttore della Divisione di scienze planetarie della Nasa dalla sede centrale della Nasa a Washington. “Dal momento che ogni giorno arrivano nuovi dati, gli astronomi saranno in grado di valutare meglio quando e in che modo utilizzare una missione come quella della sonda Dart in futuro per proteggere la Terra dalla collisione con un asteroide se mai scopriremo che uno di essi si dirige nella nostra direzione”. Il team di studiosi sta ancora acquisendo dati con gli osservatori intorno al mondo, come le strutture radar del Laboratorio del planetario di Goldstone in California e dell'Osservatorio della Fondazione nazionale di scienze della Green Bank nella Virginia occidentale. L'obiettivo adesso si è spostato verso la misurazione dell'efficienza del momento del trasferimento di Dart all'incirca 22.520 chilometri per ora in collisione con il suo target. Questo include ulteriori analisi dell'espulsioni, le molte tonnellate di asteroidi spostati e lanciati nello spazio a seguito dell'impatto. Il contraccolpo di questa esplosione di detriti (“Ejecta”) sostanzialmente ha incrementato la spinta di Dart contro Dimorphos, un po' come il getto d'aria che esce da un palloncino lo spinge nella direzione opposta. Per comprendere con successo l'effetto del contraccolpo degli “ejecta” serve ancora avere maggiori informazioni sulle proprietà fisiche dell'asteroide, come le caratteristiche fisiche della sua superficie, quanto sia forte o debole. Questi interrogativi devono ancora essere sondati. Per questo tipo di analisi, gli astronomi continuerranno a studiare l'immagine di Dimorphos dal terminale di Dart e dal Licia Cube, il satellite italiano Cubesat per le immagini di asteroidi, fornito dall'Agenzia italiana dello spazio, per comprendere approssimativamente la forma e la massa dell'asteroide. Per circa quattro anni da adesso, il progetto dell'Agenzia spaziale europea è quello di condurre ricerche dettagliate sia su Dimorphos che su Didymos, con l'obiettivo in particolare di studiare il cratere lasciato dalla collisione di Dart e una precisa misurazione della massa di Dimorphos.  

12.10.2022 - ISCRIZIONI APERTE

APERTE LE ISCRIZIONI AL 17° MASTER “SOCCORSO AVANZATO IN EMERGENZE EXTRAOSPEDALIERE” A.A. 2022-23 (VEDI IL BANDO NELLA SEZIONE MASTER).  

11.10.2022 - REPUBBLICA

SALVARE UNA VITA (Federico Mereta) Ogni secondo guadagnato può fare la differenza. Dagli esperti una richiesta al nuovo Governo: applicare la legge sull’utilizzo dei defibrillatori automatici esterni. Al via la settimana per la rianimazione cardiopolmonare Lea è una leopardessa fucsia. Kang è un canguro antropomorfo dal pelo rosa. Apparentemente è goffo, ma sa davvero fare grandi azioni. I due sono i protagonisti di un videogioco unico nel suo genere, che insegna a lottare contro il tempo per salvare l'equipaggio dell'astronave su cui i due viaggiano da arresti cardiaci e soffocamenti. Il gioco si chiama "Codename: ResUs", e può essere scaricato gratuitamente da App Store e Google Play. Vuole avvicinare i ragazzi, in un modo divertente e coinvolgente, alle "mosse" corrette da eseguire per soccorrere una persona colpita da arresto cardiaco od ostruzione delle vie aeree. Questo aspetto ludico dedicato ai più giovani è una delle tante novità che propone VIVA!, la settimana per la rianimazione cardiopolmonare promossa da Italian Resuscitation Council (IRC), in programma dal 10 al 16 ottobre, Sono previste iniziative aperte al pubblico e rivolte a scuole e ragazzi con l'obiettivo di informare sulle semplici manovre salvavita, come il massaggio cardiaco e la defibrillazione automatica. Il pericolo dell'arresto cardiaco - Ogni anno in Europa si verificano circa 400.000 arresti cardiaci (60.000 in Italia) e si stima che solo nel 58% dei casi chi assiste intervenga con le manovra salvavita (massaggio cardiaco, ventilazioni) e nel 28% dei casi con il defibrillatore. Proprio su questo fronte, occorre che l'Italia metta in pratica prima possibile la legge sull'utilizzo dei DAE (defibrillatori automatici esterni) entrata in vigore un anno fa. Secondo Silvia Scelsi, presidente di IRC, "è importante che il nuovo Governo emani i decreti attuativi necessari a mettere in pratica l'ottima legge che ha introdotto elementi innovativi ed essenziali, come la formazione obbligatoria nelle scuole sulla rianimazione cardiopolmonare e l'obbligo per diversi luoghi molto frequentati (come piscine, palestre, scuole, uffici e stazioni) di installare un defibrillatore (DAE), oltre alla tutela legale del soccorritore occasionale che utilizza il DAE per salvare una persona colpita da arresto cardiaco". Come comportarsi in caso di arresto cardiorespiratorio - La conoscenza è fondamentale per migliorare le probabilità di sopravvivenza di chi va incontro ad arresto cardiaco. E' quindi essenziale che chi assiste a un arresto cardiaco, lo sappia riconoscere, chiami il 112/118 e, guidato dagli operatori della centrale operativa, inizi le manovre di rianimazione cardiopolmonare, come il massaggio cardiaco. Ovviamente, se il dispositivo è disponibile, si deve utilizzare un DAE per procedere con la defibrillazione il prima possibile, in attesa dell'arrivo dei soccorsi. Nell'ordine, quindi, per chi soccorre è necessario allertare e far pervenire al più presto il servizio avanzato di soccorso che prenda in mano la situazione. L'intervallo tra l'esordio dell'arresto cardiaco e l'arrivo del Servizio Soccorso è prezioso per la vita del paziente, in quanto in assenza di interventi adeguati le probabilità di salvarlo e di evitare danni cerebrali irreversibili per l'assenza di flusso sanguigno al cervello scendono del 10% ogni minuto. Come fare il massaggio cardiaco - La salvezza può arrivare dal massaggio cardiaco. Cosa fare? Si mette una mano al centro del torace della persona in arresto cardiaco, in corrispondenza del cuore, e si pratica un movimento che preveda 100/120 compressioni molto decise del torace al minuto, che introflettano il torace di circa 5 centimetri). L'importanza della rianimazione - Il massaggio cardiaco consente di tentare di mantenere una condizione di circolo mentre si attende l'arrivo del defibrillatore, che solo può risolvere l'arresto cardiaco annullando l'aritmia cardiaca che genera l'arresto di circolo. L'attuale disponibilità di defibrillatori semiautomatici (il defibrillatore analizza in modo autonomo, mediante le piastre poste sul torace del paziente, la tipologia di aritmia alla base dell'arresto, ma la scarica elettrica erogata al paziente richiede l'intervento di un operatore addestrato) e soprattutto defibrillatori automatici (il defibrillatore compie autonomamente l'analisi dell'aritmia e l'erogazione della scarica elettrica) ha permesso di aumentare in modo significativo la percentuale di sopravvivenza all'arresto cardiaco. Ma ovviamente occorre che il maggior numero di persone sia al corrente della tecnica e delle manovre di rianimazione. Questo è l'obiettivo della settimana che articola in iniziative aperte al pubblico in oltre 20 città italiane finalizzate a informare e sensibilizzare sull'importanza del primo soccorso in caso di arresto cardiaco. Il 14 e 15 ottobre all'Auditorium della Tecnica a Roma si tiene il Congresso Nazionale di IRC dal titolo "Trauma, nuove evidenze e percorsi" in cui oltre 500 esperti faranno il punto sulle ultime linee guida sulla medicina d'emergenza e il primo soccorso.  

10.10.2022 – PROTEZIONE CIVILE

IL SISTEMA DI ALLERTA NAZIONALE – (Margherita Venturi) Sapere con anticipo quello che accadrà può salvare delle vite. Con questa consapevolezza nasce il sistema di allertamento nazionale all’interno del quale la protezione civile lavora a stretto contatto con chi elabora le previsioni, ovvero il Centro funzionale centrale e la rete di Centri funzionali regionali. Ma perché abbiamo bisogno di un sistema di allertamento nazionale? I rischi di protezione civile che hanno un impatto più significativo sia in termini di frequenza che di perdita di vite umane e di danni materiali sono terremoti, alluvioni e frane. Di questi, alluvioni e frane presentano dei segnali precursori che permettono di avvertire con anticipo gli enti che si occupano della gestione dell’emergenza. Nicola Berni della Regione Umbria ha introdotto così l’intervento su invito della prima sessione, dedicata a “Previsioni e sistemi di allerta per la gestione e la mitigazione del rischio”, della Seconda Conferenza nazionale sulle previsioni meteorologiche e climatiche (che si è svolta a Bologna, nella sede della Regione Emilia-Romagna, tra il 21 e il 22 giugno). Principali criticità del sistema di allertamento nazionale Attraverso un rapido excursus storico sul sistema di allertamento della protezione civile Berni è arrivato a mettere in luce gli obiettivi che si sono raggiunti negli ultimi anni e le macro criticità che rappresentano la direzione in cui operare al momento attuale. Berni ha cercato di porsi non solo dal punto di vista dell’operatore di protezione civile ma anche dell’autorità che deve prendere decisioni di pubblica sicurezza e soprattutto del cittadino che deve sapere quali comportamenti adottare in caso di emergenza. “Il sistema di allerta funziona se arriva al cittadino, nei primi anni si è lavorato nella costruzione a monte, fino ad arrivare al sindaco che ora ha gli strumenti per attivare il piano di protezione civile. Quello che ancora è da costruire è l’ultimo miglio, l’arrivo ai cittadini, ma siamo sulla strada giusta.” Infatti il sistema di allertamento nasce nel 1994, ma saranno gli eventi di Sarno e Soverato ad attivare dal punto di vista normativo il potenziamento delle reti di monitoraggio e la nascita della rete radar nazionale, per arrivare alla direttiva De Bernardinis del 2004 che ha finalmente dato una struttura vera e propria al sistema. L’esigenza di omogeneità e chiarezza per facilitare l’attivazione comunale dei piani di protezione civile è arrivata successivamente. Nel 2016 sono stati elaborati scenari di evento omogenei su tutto il territorio nazionale, introdotti i codici colore e definito un collegamento tra livello di allerta e fasi operative. Quello che manca ora è il raggiungimento del cittadino, il cosiddetto “ultimo miglio”, e si tratta della sfida da affrontare per un sistema di allertamento sempre più efficace. In questo il codice di protezione civile del 2018 ci viene in aiuto sancendo i diritti e doveri del cittadino a informarsi sulle corrette procedure di protezione civile. Dal codice di protezione civile arriva anche la seconda macro criticità identificata da Berni, ovvero la gestione dell’incertezza. Infatti nel testo del codice, in merito ai sistemi di allertamento si parla di preannuncio in “termini probabilistici” e questo rappresenta una sfida notevole in quanto ogni modello previsionale ha una sua fascia di incertezza che va valutata, studiata, proceduralizzata e comunicata. Inoltre, l’incertezza in fase previsionale si riflette anche nella valutazione in tempo reale dell’evoluzione degli scenari di rischio, per cui il presidio territoriale diventa una risorsa fondamentale. La sfida non è solo su un piano tecnico che comprende la previsione e il monitoraggio, ma anche sul piano comunicativo, come ha messo in luce Livio Stefanuto di Arpa FVG: “Stiamo provando a comunicare in termini probabilistici, ma a valle ci scontriamo con una richiesta di informazioni di tipo on/off, che cerchiamo di inserire nella catena probabilistica attraverso l’utilizzo di soglie, senza ottenere ancora un risultato del tutto soddisfacente”. “Dobbiamo capire come proceduralizzare l’incertezza” ha risposto Berni “Dobbiamo trovare un compromesso tra quello che è l’ottimo e l’utile, uno strumento per utilizzare l’informazione probabilistica come dato aggiuntivo di qualità. Non possiamo dire al sindaco “c’è il 40% delle probabilità di avere situazioni critiche sul territorio" ma dobbiamo fornire informazioni utili a prendere delle decisioni operative”. L’ultima criticità rilevata da Berni riguarda la previsione e la gestione del rischio temporali, per cui ha portato come caso studio l’evento del 23 agosto 2021 di Perugia. L’intervento si è concluso con alcuni spunti di riflessione, sia sulle più recenti conquiste culturali, come la multidisciplinarietà e l’approccio multirischio, che sui prossimi passi da compiere, rimarcando la necessità di raggiungere l’ultimo miglio e di fornire previsioni probabilistiche che possano essere utilizzate efficacemente da parte di decisori e cittadini. Dal sistema al cittadino Il dibattito che ha concluso la sessione sulle previsioni e i sistemi di allerta per la gestione e mitigazione del rischio ha ripreso alcuni degli aspetti emersi durante l’intervento di Berni, sfiorando anche i macro temi di comunicazione dell’incertezza e valore della previsione che hanno animato la giornata successiva. Raffaele Veneziani del Consorzio di bonifica di Piacenza, precedentemente sindaco per dieci anni, ha fatto riferimento allo scambio tra Berni e Stefanuto portando la propria esperienza sul campo da amministratore “E’ meglio un'informazione più grezza ma molto più immediata, ci sono momenti in cui non è possibile attendere l'informazione più precisa, in questi casi l’approccio probabilistico diventa determinante”. A questo si aggiunge poi un’altra tematica, quella del broadcasting e della continua esposizione dell’utente a informazioni che non ha gli strumenti per comprendere e che nell’ambito di protezione civile possono portare a situazioni critiche. Veneziani ha raccontato la propria esperienza da sindaco riportando che purtroppo c’è ancora un’ampia fetta di popolazione che non è consapevole dei rischi legati alla piena di un fiume, per esempio, e in caso di avviso invece che cercare un riparo sicuro si reca sul ponte a fare video e foto da postare online, mettendo a rischio la propria vita e quella dei soccorritori che si occupano di gestire l’emergenza. Questo a riprova del fatto che non sempre un’informazione corretta è anche un’informazione utile ai fini di protezione civile. Federico Grasso, giornalista e ingegnere di Arpa Liguria, ha portato l'attenzione su quella che è una criticità della funzione comunicativa del sistema di allertamento, rivolgendosi alla stampa affinché aiuti tematiche così attuali come quelle oggetto della conferenza a uscire dall’ambito specialistico e raggiungere il cittadino. “Se facciamo bene il nostro lavoro, anche in sinergia con i media, abbiamo una non-notizia, ma la migliore non-notizia che possiamo dare, ovvero l’assenza di vittime.” In secondo luogo Grasso ha sottolineato l’importanza della componente politica, che deve essere parte integrante del sistema di allerta, portando l’esempio positivo della Liguria in cui non solo sono state impiegate risorse per la stampa, ma l’assessore regionale segue in prima persona le situazioni di emergenza dalla sala operativa. L’esperienza ligure dimostra infatti la necessità e l’efficacia di un approccio multidisciplinare e multirischio: "I comunicatori devono stare al fianco dei previsori nella sala operativa per ridurre al minimo i tempi di avviso alla popolazione e facilitare la comunicazione.” Infine Grasso ha concluso il dibattito auspicando una condivisione delle attività svolte sul territorio che possono diventare buone pratiche da adottare su scala nazionale, presentando brevemente alcuni dei prodotti alla cui realizzazione ha contribuito Arpal.  

07.10.2022 – REPUBBLICA

POTERI ALLA PROTEZIONE CIVILE – (Agostino Miozzo) «Credo che ormai sia chiaro a tutti che stiamo andando incontro a situazioni estreme sempre più ricorrenti. Avremo bisogno di un sistema organico forte, nazionale, di Protezione civile». Il disastro della Marmolada aggiunge emergenza a emergenza. E, dopo 20 anni passati nella Protezione civile (ultimo incarico quello di coordinatore del Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid) Agostino Miozzo, dal suo osservatorio tecnico, intravede un rischio. Miozzo, la “nuova” Protezione civile, quella per intenderci con i poteri ridotti dalla riforma del 2018, è adeguata ad affrontare tutte queste emergenze? «Credo che la risposta sia sotto gli occhi di tutti. Siccità, incendi, eventi atmosferici violenti, dissesto idrogeologico: tutti fronti aperti e contemporaneamente. E persino con la dichiarazione di uno stato di emergenza la Protezione civile, così com’è, non riesce che a mettere pannicelli caldi: distribuzione di aiuti e risorse, tentativi di coordinamento, piccoli interventi, di certo nulla di strutturale. Attenzione, che non è di questo che c’è bisogno». Dunque, la riforma è stata un errore? Ricordiamo da dove è nata. Dai pieni poteri alla grande discrezionalità sui grandi eventi, qualche stortura di troppo c’è stata. O no? «A parte che forse si dovrebbe ricordare che tutte quelle inchieste sull’era Bertolaso non sono approdate a nulla, io oggi mi sento di dire al governo: rivediamo questa riforma, diamo al sistema nazionale di protezione civile e al suo capo poteri forti e altrettante responsabilità. Diversamente, anche per queste nuove emergenze, a cominciare dalla siccità, rischiamo di fare lo stesso percorso e gli stessi errori dell’emergenza Covid». Già, lei è stato coordinatore del Comitato tecnico scientifico per più di un anno, da febbraio 2020 a marzo 2021 quando decise di lasciare. Che cosa non è andato per il verso giusto? «Il Covid ha dimostrato come la Protezione civile sia stata sottomessa alle Regioni. Ricordate quante ordinanze locali, le più diverse, venivano emanate in quei mesi, con i governatori che ovviamente rispondevano a spinte locali e la Protezione civile che faceva una gran fatica a provare a dare un indirizzo comune. Oggi vedo che si sta ripercorrendo la stessa strada sull’acqua: ogni giorno leggo di ordinanze locali diverse e immagino che ci ritroveremo ancora una volta ad assistere al cinema delle autonomie locali quando invece si dovrebbe fare sistema». Questa dichiarazione di stato di emergenza non porterà di certo l’acqua nelle Regioni italiane. Per quello ci vorranno interventi strutturali che non potranno essere ovviamente a breve scadenza. «Purtroppo in Italia siamo molto lontani dal concetto di prevenzione. Anche perché, io posso dirlo liberamente, con la prevenzione non vinci le elezioni. Gli interventi veri, quelli che risolvono, li devi fare in tempi di pace. La prevenzione è cultura senza applausi per questo ha poco appeal. Anche perché è difficile avere applausi per aver evitato un danno che non avviene e dunque non è visibile e quindi non è raccontato». Cosa non si è fatto e si poteva fare? «Che non avesse nevicato e piovuto per tutto l’inverno, che la situazione dei laghi e dei fiumi fosse questa lo si sapeva da mesi. E oggi si fanno le ordinanze per vietare di riempire le piscine, di fare due shampoo, la doccia invece del bagno. Cose che i cittadini dovrebbero fare da sempre, educazione civica si chiama. Oggi tutto questo è solo surreale. Forse una Protezione civile con un ruolo forte e centralizzato, avrebbe potuto avviare interventi seri e di prevenzione a tempo debito».