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20 FEBBRAIO

- Il Giornale P. C. - CNSAS : CORSO VALANGHE - [Redazione] - Al corso hanno partecipato medici e infermieri da tutta Italia. Per tre giorni a Fonte Cerreto, gli iscritti hanno acquisito le nozioni necessarie non soltanto alla gestione sanitaria dell'incidente in valanga, ma anche agli aspetti organizzativi dello stesso. Si è conclusa domenica scorsa la settima edizione del corso di Ricerca e Stabilizzazione del Travolto da Valanga, l'evento formativo organizzato dal Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzese, dalla Scuola Nazionale Medici del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, dal118 Abruzzo Soccorso e dalla Scuola di Specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell'Università di L'Aquila e Chieti. Al corso hanno partecipato medici e infermieri che da tutta Italia, per tre giorni a Fonte Cerreto, hanno acquisito le nozioni necessarie non soltanto alla gestione sanitaria dell'incidente in valanga, ma anche agli aspetti organizzativi dello stesso."Non a caso il nome del corso, spiega Gianluca Facchetti, medico anestesista e rianimatore del Cnsas e direttore scientifico del corso – chiarisce immediatamente due aspetti fondamentali per chi intende operare in un contesto come è quello della valanga. Innanzitutto un'attenzione particolare va alla "ricerca" della persona da soccorrere, questo perché in valanga, a differenza di quanto normalmente si fa in un'emergenza sanitaria, bisogna che il paziente venga prima cercato, quindi sondato e scavato, e infine stabilizzato, ovvero gestito da un punto di vista sanitario". In una tale lotta contro il tempo,diventano dunque fondamentali l'acquisizione di conoscenze tecniche specifiche e la loro applicazione nelle fasi esercitative. È per questo che il corso, da sempre pensato e realizzato attraverso tre passaggi formativi, anche quest'anno ha previsto le lezioni frontali, poche ma puntuali, per rispondere adeguatamente alle esigenze del sanitario che si approccia a un contesto impervio come quello valanghivo; "quindi una serie di workshop mirati, spiega Facchetti, in cui i partecipanti hanno la possibilità di provare praticamente, di operare sui passaggi tecnici, strizzando sempre l'occhio a quelle che sono le novità strumentali"; e ha previsto infine una parte esperienziale ed esercitativa, dunque con scenari montani che, realizzati anche quest'anno a Campo Imperatore, simulano il tragico evento in sé, ma anche il carico emotivo a cui nella realtà si è sottoposti. E poi quest'anno, dei 21 istruttori nazionali della Snamed, la scuola nazionale medici del Cnsas, c'erano davvero tutti, "certamente, continua Facchetti, a voler testimoniare la loro quota parte nell'ambito di "famiglia nella scuola", soprattutto nei confronti di Valter". L'evento formativo di quest'anno è stato infatti dedicato ai tecnici del Cnsas che lo scorso 24 gennaio sono stati tragicamente vittime dell'incidente a Campo felice, e in questa occasione un pensiero di riguardo va certo al dott. Valter Bucci, medico anestesista e rianimatore del 118, ma anche istruttore nazionale della Snamed, che per anni, insieme al dott. Facchetti, ha impiegato tante delle sue energie nell'organizzazione e nella riuscita del corso.  

17 FEBBRAIO

- AGI.it - ORDINANZA MALTEMPO IN ABRUZZO - [Redazione] - (Il presidente della Giunta regionale Luciano D'Alfonso ha ricevuto dal capo del Dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio la proposta di intesa su un'ordinanza che disciplina le procedure per il risarcimento dei danni diretti causati dal maltempo del gennaio scorso. Nel provvedimento, confezionato ad hoc per l'Abruzzo, e'previsto che il presidente della Regione assuma la qualifica di Commissario delegato a tutte le operazioni di accertamento e risarcimento dei danni diretti da quantificare nelle aree fuori cratere. L'art. 4 prevede che il Commissario effettui la ricognizione dei danni riportati dal patrimonio pubblico, privato e dalle attivita' economiche e produttive. L'art. 5 enuncia le modalita' di ricognizione e la scala di priorita' degli interventi per quel che concerne il patrimonio pubblico. Gli articoli 6 e 7 disciplinano le modalita' di ricognizione degli interventi sul patrimonio privato e sulle attivita' economiche e produttive. All'art. 8 sono elencate le procedure per la ricognizione del fabbisogno e nell'art. 9 vengono precisate le isposizioni finanziarie. "E' la prima volta che un'ordinanza di interesse nazionale viene concepita appositamente per l'Abruzzo, ha commentato D'Alfonso, ed e' la prima volta che un presidente di Regione viene incaricato di quantificare i danni diretti al patrimonio privato, ovviamente seguendo procedure ben specificate. Per quanto riguarda i danni indiretti, stiamo lottando per farli inserire nelle procedure di ricognizione".  

16 FEBBRAIO

- IL FOGLIO - IL DITO NELLA DIGA - [Maurizio Cippaldi] - Quell’immenso muro protettivo è diventato la metafora perfetta delle nostre paure. Fare diga si può? Di statue del bambino che tiene infilato il dito tutta la notte nel buco che si è fatto strada nella diga, affinché il terrapieno non esploda da questa parte, portandosi dietro tutto il mare e il fango del mondo sopra le case del villaggio, è piena Olanda. Ogni volta che ci si avvicina al limitare di un polder, il limite della vita. Il nome del bambino leggendario varia un pò nelle grafie e per toponomastica, di solito è Hans di Haarlem, a volte è Hansje, più raro, forse un cattivo traduttore, Hendrick. Le statue sono quasi sempre di bronzo o pietra grigia, la sabbia si sfarinerebbe a contatto con l’acqua, ma a Madurodam cè una cattelanesca e postmoderna, a dimensione naturale, arrampicata sulla scarpata erbosa per tappare acqua che zampilla. L’invenzione Dell’eroe Olanda è leggendaria, ma invenzione del suo dito idraulico e ingegneristico è un immagine dell’etica e della filosofia. Volendo,dell’etica protestante le prime leggende affondano all’epoca delle grandi guerre europee e dell’eroismo civile, più tardi etica weberiana del lavoro. Volendo, è un pò il contrario riformato della leggenda del bambino di sant’Agostino, che voleva svuotare il mare con il secchiello. Questa era impossibilità logica e teologica, fatalismo naturale. Un dito che toppa la falla della diga è invece possibilità della buona volontà e dell’impegno morale, scommessa sull’ottimismo del fare, del resistere, del mondo da cambiare. Da un pò di tempo o da molto tempo, nel paese del Vajont la diga è diventata la figura consueta del nostro spavento. immagine metaforica dei nostri peggiori incubi. Ieri gli ingegneri statunitensi che collaborano alla manutenzione della diga di Mosul sono stati richiamati in patria dall’Iraq percorrere in California, al capezzale della diga di Oroville, ai piedi della Sierra Nevada, dove le piogge gonfie di stagione e i danni a un canale discarico (il buco nella diga) minacciano di causare un inondazione biblica e duecentomila persone sono state già evacuate. Le immagini spettacolari prese dall’alto e gli appelli del Servizio meteorologico nazionale, non è un esercitazione. Ripetiamo: non è un esercitazione, come nei disaster film, stanno appagando la fame di spavento mediatico del mondo. Chissà che ne sarà nel frattempo delle paure degli abitanti della valle di Ninive, se mai il cedimento dell’immensa diga sul Tigridovesse annunciarsi, e spazzare via con sé un intero disastro umano, storico e antropologico, persino geopolitico. Il lago di Campotosto in Abruzzo non tracimerà, non ci sarà, così pare, effetto Vajont predetto con spavento persino dai tecnici della Protezione civile. Ma immagine è quella, e non è chi salga su verso Cortina che non alzi lo sguardo in alto a destra, nella maledetta valle stretta. La diga non è più sempre progresso, è anche colpa.di Obama ha commemorato le dighe che avevano tracimato a New Orleans. Quello che era cominciato come un disastro naturale si è trasformato in un disastro provocato dall’uomo. Forse qualcuno si ricorda che la parola tracimazione ( superamento della cresta di un argine o di una diga da parte dell’acqua che ne è contenuta ) entrò nel lessico comune degli italiani nel 1987, quando una gigantesca frana formò una diga naturale in cima alla Valtellina, e Adda divenne un lago scuro, che minacciava, appunto, di tracimare giù, su uomini e case, eco del Vajont, per noi italiani. E’ l’immagine della diga come minaccia o come salvezza. Oggi la parola diga è la metafora inconscia, perciò perfetta, dei nostri terrori rispetto a ciò che di sconosciuto ci può piombare addosso, travolgerci. Tracimare è ormai un termine tecnico, da inviati di sventura del telegiornale, o diluito nell’uso quotidiano quando una schiuma di birra si sversa dal bicchiere. Invece fare diga, costruire dighe, è diventata moneta del linguaggio comune, anche politico. Bisogna far diga contro il populismo, serve una diga controimmigrazione, servirebbe un diga al linguaggio violento che rotola sempre più in basso. L’euro sarà una diga contro la disoccupazione? E quando non ci sarà più la diga monetaria di Draghi? Persino nel calcio non si gioca più in difesa, ci sono giocatori incaricati di fare diga a centrocampo, di fermare gli avversari come fossero i barbari. Ma forse nel calcio ci credono ancora, noi forse un pò meno,  

15 FEBBRAIO

- Giornale P. C. - EBOLA: RAPPORTO TRA EPIDEMIA E DEFORESTAZIONE - [Redazione] - Uno studio realizzato da un team internazionale di ricercatori ha rivelato che esiste un nesso tra le prime persone a contrarre il virus ebola (pazienti zero) e la deforestazione, soprattutto se quest'ultima avviene in maniera frammentata, questo tipo di paesaggio infatti aumenta la probabilità di contatto con gli animali maggiormente sospettati essere i vettori del virus, quali particolari specie di pipistrelli frugivorii. E' stato dimostrato da un team internazionale di ricercatori, tra la Fondazione CMCC Centro Euro Mediterraneo sui cambiamenti climatici."Undici casi di Ebola dal 2004 al 2015, undici pazienti zero analizzati, ossia le undici persone che hanno rappresentato il primo contatto tra l'uomo e il virus, scrive il CMCC. Diverse aree geografiche situate in Africa Centrale e in Africa Occidentale, in particolare: Guinea, Sudan del Sud, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo e Uganda. Tutte queste situazioni in cui si è sviluppata un'epidemia di Ebola, hanno in comune un aspetto che riguarda il tipo di deforestazione, ossia il modo in cui vengono abbattuti gli alberi per destinare il terreno a un altro tipo di uso, alle culture arboree, ad esempio, con specifico riferimento alle piantagioni di frutta. In altre parole, le zone in cui si è innescato il primo contatto tra l'uomo e il virus Ebola tra il 2004 e il 2015, sono caratterizzate da una deforestazione frammentata, non lineare, che crea un ampio e irregolare perimetro di confine tra aree forestate e non forestate. L'ampiezza e l'irregolarità di questo perimetro genera una maggiore possibilità di contatto tra le popolazioni umane e il virus". "Abbiamo analizzato l'impatto che il tipo di deforestazione ha su questo tipo di epidemie, spiega Monia Santini, che al CMCC svolge ricerche per la Divisione sugli Impatti sull'agricoltura, le foreste e i servizi ecosistemici presso la sede di Viterbo. Abbiamo visto che nelle aree interessate non c'è stata una deforestazione quantitativamente maggiore rispetto alla media del Centro Africa". La differenza riguardava invece il tipo di deforestazione. Le undici aree in cui si sono manifestati i rispettivi pazienti zero, sono caratterizzate da una deforestazione particolarmente frammentata, e questo ha aumentato la probabilità che le popolazioni di quelle stesse aree entrassero in contatto con animali che sono maggiormente sospettati essere i vettori del virus nei casi analizzati, come le particolari specie di pipistrelli frugivori, che si nutrono cioè principalmente di frutta. "La nostra, continua Santini, è un'analisi statistica che si concentra sullo studio del paesaggio intorno ai luoghi che hanno visto innescarsi le epidemie. Con dati satellitari ad alta risoluzione abbiamo studiato il paesaggio, abbiamo formulato un indice che ci ha permesso di quantificarne la frammentazione e l'uso del suolo. Così, abbiamo visto che tutte le aree in cui c'è stato il primo caso di Ebola presentano livelli di frammentazione della deforestazione significativamente superiori rispetto al resto della regione". "Insomma, conclude il CMCC, non solo esiste un chiaro legame tra la diffusione del virus Ebola e la deforestazione nell'Africa Centrale ed Occidentale, ma il legame sembra emergere in maniera evidente con un particolare tipo di deforestazione non lineare che produce più estesi confini tra aree per le quali si cambia destinazione d'uso, ad esempio da foresta a coltivazione. Infatti,mentre la scomparsa di alberi e foreste distrugge l'habitat di alcune specie,ci sono specie, come i pipistrelli che sono stati riconosciuti vettori dell'Ebola virus, che si affollano ai limiti delle foreste. Quindi aumentare il perimetro di confine tra foresta e aree destinate a nuovi usi, potrebbe creare una sorta di corridoi preferenziali per animali che possono rendersi responsabili della trasmissione del virus".  

14 FEBBRAIO

- IL SECOLO XIX - AL VIA LA FLOTTA DEL FUTURO - Si chiamano Pattugliatori polivalenti di altura (in sigla Ppa) e saranno l'ossatura della flotta italiana nel prossimo futuro. Per adesso la loro prima missione la stanno già compiendo, garantendo la produttività sino al 2026 per il comparto cantieristico ligure che fa capo a Fincantieri. Ieri presso lo stabilimento del Muggiano si è svolta la cerimonia di taglio della lamiera del primo pattugliatore, che verrà realizzato da un Raggruppamento temporaneo di impresa tra Fincantieri e Leonardo. Sette navi, più tre in opzione, che verranno costruite tra Muggiano e Riva Trigoso, in grado di essere utilizzate sia come comuni unità da guerra, in versione "leggera" da pattugliamento o più "pesante" per compiti impegnativi, sia per il soccorso navale o per intervento speciali (ad esempio la protezione civile). Per Fincantieri, si tratta dei prodotti più innovativi da lanciare immediatamente sul mercato internazionale, dove il gruppo ha importanti ambizioni in almeno tre continenti, basti ricordare la maxi-commessa australiana da 22 miliardi di euro per la quale,l'azienda guidata da Giuseppe Bono è in short list. Con la cerimonia di ieri è così partito il programma per la,costruzione, consegna alla Marina nel 2021. Alla cerimonia hanno preso parte, tra gli altri, il capo di stato maggiore della Marina, Valter Girardelli, il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi e il direttore generale di Fincantieri Alberto Maestrini. Il programma avviato che non tratta solo di pattugliatori e prevede, in questa fase già operativa, la costruzione di nove nuove unità: oltre ai sette pattugliatori, un'unità da trasporto e sbarco che sarà realizzata a Castellammare di Stabia per poi essere ultimata alla Spezia, e un'unità di supporto logistico, in costruzione a Riva Trigoso. Nei cantieri integrati di Muggiano e Riva Trigoso, Fincantieri sta già realizzando anche altre navi: le tre fregate classe Bergamini, il "Luigi Rizzo" (varato a dicembre 2015 e in allestimento presso il Muggiano), il "Federico Martinengo" (impostato a giugno 2014 e in costruzione a Riva Trigoso) e l "Antonio Marceglia" (in costruzione a Riva Trigoso ), quindi un sottomarino classe Todaro, il "Romeo Romei" (varato a luglio 2015 e in allestimento al Muggiano). Ma nella lista ci sono ancora altre due fregate, già finanziate, lo "Spartaco Schergat" e l’ "Emilio Bianchi" la cui costruzione non è ancora iniziata.